CREDERE IN IO

18 April 2016

Devoto alla sapienza artigianale, Luigi Dalcuore imbastisce i suoi abiti con understatement partenopeo e da Napoli li fa conoscere in tutto il mondo.

 

All’opera e nelle arene vedo moltiplicarsi coloro che innalzano tra gli occhi e la scena lo schermo di un palmare. Rubano a loro stessi, riducendo la memoria a souvenir, la ricchezza rischiosa dell’arte a tranquilla cartolina da spedire ai conoscenti. Infatti il motivo per cui i display-dipendenti rinunciano volontariamente alla partecipazione autentica per una presenza virtuale è poter raccontare alla comunità dei loro simili: io ero lì. Cosa li spinge a preferire una scadente riproduzione all’alta tensione della realtà? La risposta va cercata in un depotenziamento di quello stesso io, in cui la visibilità esterna è diventata preponderante sulla costruzione dall’interno. Dalla società liquida dell’immagine siamo passati a quella gassosa dei profili, in cui l’uomo comunica con pittogrammi ed è percepito attraverso gli evanescenti contorni di una pagina Facebook.

Le grandi case di abbigliamento hanno capito che gran parte del potere di indirizzo si è spostata dalla stampa ai blog, dalla televisione ai social network, assoldando più o meno apertamente schiere di specialisti perché li controllino a loro vantaggio. Se assecondano i nostri desideri, è soltanto dopo averli creati attraverso sofisticate strategie di comunicazione. Chi veste con marchi planetari ha la sensazione di avere a disposizione infinite possibilità, sempre diverse stagione per stagione, trascurando il fatto che sono uguali in ogni parte del mondo. Alla fine acquista qualcosa che lo fa sembrare figo, anche se a dirlo è un programma estetico virale che gli è stato impiantato. Il cliente di sartoria si trova all’estremo opposto. Non riconoscendosi in un io delegato al voi e al loro, pur attribuendo al giudizio altrui la giusta importanza non se ne sente determinato. Tende a realizzare una propria idea dell’abito e di se stesso, sperando che uno dei due porti l’altro al supremo traguardo dell’eleganza. Dunque l’industria multinazionale è a capo dell’impero dell’uniformità, che prospera sulle certezze, l’artigianato è al servizio della piccola contea dell’identità, le cui uniche risorse sono la ricerca e la tradizione. Uno dei laboratori dove ho visto vivere con maggiore coerenza la missione interpretativa del sarto è quello di Luigi Dalcuore.

Consapevole del fatto che chi affronta prove e messe a punto intende realizzare un progetto personale, Dalcuore è attento a ogni richiesta e asseconda, quando non suggerisce, le scelte che conferiscono carattere senza compromettere la semplicità. Il cliente viene ricevuto in locali illuminati da ampie finestre sul mare di Mergellina. Non manca mai un signor caffè e, all’ora di pranzo e con un po’ di confidenza, la proposta di una pizza fritta che può far vivere un momento di pura felicità, sebbene al prezzo di una mezza taglia in più. Conosco il suo lavoro da tempo, trovando di anno in anno aggiornamenti nella direzione di una pulizia che è tutta maturità. Evitandone le tendenze barocche, diventate più folclore che stile, della sartoria napoletana ha conservato la scorrevolezza del disegno. Grazie all’umiltà, Luigi Dalcuore detto Gigino ha saputo sempre guardarsi intorno e importare il meglio della contemporaneità, quanto basta a far sentire l’uomo naturalmente attuale e non forzatamente originale. Per rendere stabili e affidabili tali risultati serve progettualità, non improvvisazione. Ecco perché alla base della sua opera ci sono alcuni modelli di riferimento che tiene sotto il banco. Sono il diario segreto che non ha mai smesso di scrivere, la sintesi di una vita.

I clienti internazionali che incontra credono di chiedergli molto, senza rendersi conto di quanto gli diano. L’attenzione al presente, la memoria del passato e l’intuizione del futuro gli hanno aperto la via del successo. Ormai è una star in una decina di Paesi, dalla Francia alla Cina, dalla Corea agli Stati Uniti, dalla Russia al Giappone. Grazie al suo talento di modellista, riesce a fornire un limitato numero di abiti di fattura rigorosamente artigianale ai più importanti department store del mondo, ma il vero privilegio è il su misura. Oltre alla tecnica, un bell’abito deve contenere un tratto distintivo. Dalcuore firma i capi con l’armonia dei volumi, nitidezza di linee, freschezza costruttiva, insomma rinunciando a ogni decorativismo al fine di far risaltare la persona. Il massimo della cura è posto nella coerenza tra tessuto e foggia e tra cliente e abito, perché per Gigino, maestro sempre ansioso di imparare, la cosa importante è che tali componenti si fondano tutte in una sola squadra.

 

http://www.arbiter.it/articolo/provato-per-voi-sartoria-luigi-dalcuore/